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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Admin (del 05/05/2009 @ 20:36:30, in storia, linkato 320 volte)
Ormai siamo alle porte dell'apertura del Giro del Centenario, cento anni sono pochi, nella storia dell'umanità, ma sono tanti nella storia del ciclismo. Su internet troverete di tutto, ma quello che scrivo l'ho preso da un bel libro, che vi consiglio, che si intitola Storia del Ciclismo di Ormezzano, un bravo gionalista sportivo. Come dicevo il giro nasce nel 1909 ad opera di un certo Tullo Morgani. La necessità di far partire il Giro in maniera tempestiva era che il Corriere della Sera stava già preparando i piani di un Giro alla maniera del Tour de France. I giornali allora non facevano parte dello stesso gruppo editoriale, ironia della sorte adesso sono del gruppo RCS insieme... Otto tappe con 127 corridori, aveva vinto un certo Luigi Ganna di Varese. Ma lascio a wikipedia i dati statistici della corsa rosa, quello che è importante sottolineare è che questa corsa nasce 40 anni circa dopo l'Unità d'Italia e riesce in qualche modo ad unire nella tifoseria culture diverse di luoghi e società storicamente lontane. Era un modo per scoprire ed unire l'Italia. Se poi aggiungiamo che la bicicletta era il mezzo di trasporto più ambito dopo il cavallo ecco che la gente si entusiasma subito verso questi corridori dalle imprese epiche. Pensate non avevano il cambio, ad ogni salita si fermavano per cambiare i rapporti, facevano su quelle strade sterrate i 27 di media... lascio a voi le conclusioni... Altra informazione è che il Giro all'inizio era a punteggio di tappa e non a tempi come il tour de France e come è invece adesso. Bisogna subito dire che molti soldi per l'organizzazione arrivavano dalle case produttrici di biciclette, il Giro era una vetrina pubblicitaria non indifferente, tra le case importanti: Atala, Bianchi, Legnano e pensate un pò anche la Fiat! Il peso medio di una bici era 14 kg! E i corridori dovevano farsi le riparazioni da soli, senza assistenza. Un aneddoto simpatico, la squadra della Legnano in maglia rosso corsa viene inseguita da una mandria di mucche e tori impazziti, un corridore francese un certo Brocco di nome ma non si sa se anche di fatto, riuscì a fermare la mandria grazie alla sua esperienza di "banderillero" alle corride... robe da matti. Spero di avervi divertito con questi racconti di altri tempi.
Di Admin (del 30/03/2009 @ 14:03:44, in storia, linkato 315 volte)
La storia di inseguimenti all’ultimo sangue con Roberto Dardi di quasi 30 anni fa è questa… Primo anno da juniores, ci incrociamo in finale, e dopo aver siglato nei 3 turni di gara il miglior tempo, faccio peggio di quasi un secondo e mi batte per un decimo. Quindi la rivincita è rimandata all’anno successivo. Durante la stagione del 2° anno da juniores vinco la prima riunione di inseguimento proprio nei confronti di Roberto con un discreto tempo pur essendo ancora maggio, migliorando le prestazioni dell’anno precedente. Il record della pista era di Saracino e resisteva da parecchi anni ormai con un 3.47.8 Vinco ancora 3 volte l’inseguimento, e la leva dell’inseguitore, ma senza mai più incontrare Roberto che colpito da nera sfortuna era caduto procurandosi la frattura del bacino,cosi da non poter difendere il titolo di coppa Adriana dell’anno prima e rendendo meno soddisfacente la vittoria dei miei compagni e mia. Intanto proseguo gli allenamenti al velodromo di Busto Garolfo, che per me e solo a una trentina di chilometri da casa e i tempi sui 3 km migliorano sensibilmente Ai campionati italiani ottengo un 3.49.9 per la gioia mia e di Fausto Cartasegna che vale l’8° posto in qualificazione contro gente che correva intorno ai 3.40.00. Sembra che il record della pista possa essere tentato sullo slancio dei campionati. Il ciclista che allora mi faceva le bici mi fa avere un telaio da CIOCC (quello della famosa polemica con Rossin), monto un manubrio di 36 di larghezza, forcella e anteriore molto bassi, carro posteriore corto, alleggerita al massimo con ruote da 24 raggi, e un casco della LAS con profilo a uovo. Intanto anche su strada le cose vanno bene, dopo la settimana dei campionati in pista vinco a Palestro in una volata a due, perdo da Massimo Brunelli in lombardia, ma la settimana successiva un campanello di allarme. In fuga con un gruppetto in una corsa mi sembra nel canavese Roberto mi scatta in faccia a pochi chilometri dall’arrivo, guadagna un centinaio di metri, lo inseguo ma non riesco a prenderlo e concludiamo nell’ordine. Arriviamo alla fatidica gara. Prima della partenza Rampi padre mi dice che Roberto in settimana ha corso in allenamento in 3.54.00, un ottimo tempo ma che e ancora lontano da quelli che avevo gia fatto segnare e di stare tranquillo. Cosi con il mio direttore sportivo di allora decidiamo di correre con la tabella di 3.51.00 tanto per essere sicuri e provare per la prima volta il nuovo materiale. Pronti – via Roberto come sua caratteristica è un fulmine in partenza e sui primi 3 giri è nettamente in vantaggio, ma io sto correndo senza dannarmi troppo, sul tempo che avevo preventivato A meta gara però il mio DS comincia a gridarmi che – va bene, ma aumenta- e io non capisco il messaggio, finche girando la testa vedo che non solo e in vantaggio ma che la distanza è pure aumentata. Mi prende il panico e non mi resta che spingere a tutta, ma non solo è tardi, non ho nelle gambe quel tempo…… devo ammettere che è di gran lunga fuori della mia portata. Morale Roberto fa il record della pista e io strappo un 3.50.1 arrivando lontanissimo. Che ci vuoi fare, in giornate cosi era incontenibile. Di una cosa mi rammarico, che per un motivo o per un altro non ricordo di avere mai corso un quartetto con lui nei momenti in cui entrambi eravamo al massimo, forse solo in coppa italia nel 1982. Sono passati tanti anni, con Roberto mi sono ritrovato a scherzare sul quel decimo e su questa gara, ma debbo ammettere che nulla di più potevo fare, l’ho odiato visceralmente ma le sue gambe lo hanno portato a quei risultati che le mie non mi hanno permesso di ottenere Adesso da padri di famiglia ci scherziamo sopra.
Di Admin (del 22/02/2009 @ 08:37:32, in storia, linkato 221 volte)
Nasce nel 1945, a 19 anni vince il suo primo titolo mondiale dei dilettanti, il suo primo successo da professionista è nel '66 alla Milano-Sanremo, l'anno dopo vince a 22 anni il titolo mondiale. Vince complessivamente 5 Giri d'Italia, 3 campionati del Mondo, 5 Tour de France, 2 giri di Lombardia, 6 Milano-Sanremo, 3 Parigi-Roubaix... viene soprannominato: "il cannibale" per via dei suoi successi. Stabilisce anche il record dell'ora a città del Messico: 49,431 km/h. Eddy vince in salita, a cronometro e in volata, è stato un corridore completo. Qualche suo punto oscuro: l'abbandono del giro nel '69 per doping e lo voler "strafare". I primi segni del declino nel '75 al Tour, allora trentenne si fa staccare da Thévenet. Il decennio tutto suo ormai è finito...
Di Admin (del 26/01/2009 @ 18:31:40, in storia, linkato 1710 volte)
La Cicli Sannino veniva costituita nel 1978 a Torino. I soci fondatori erano: Sannino, Sannicandro, Cavallito e Brusaschetto, aveva lo scopo di produrre telai per biciclette da corsa di alta gamma. Ognuno di loro aveva un compito specifico nell’azienda, sia come tecnico d’officina, sia come socio finanziatore. Mauro Sannino e Sannicandro erano i “tecnici” d’officina, anche perché entrambi avevano avuto esperienze artigianali nelle attività precedenti. Mauro era il telaista del gruppo e sicuramente il trascinatore. Io ho incontrato Mauro Sannino e soci alla fine del 1981, avevano il laboratorio artigianale in barriera di Milano, precisamente in Via Nicola Porpora. Era un alloggio adattato alle esigenze, a quel tempo non c’erano le normative della 626, allora avevo 12 anni ed ero andato da loro per cambiare la mia prima bici da corsa, una Legnano tubi Falck (orrenda) e farmi acquistare (da mio padre) una più consona per le corse. La società per la quale correvo era sponsorizzata proprio dalla Cicli Sannino, si chiamava G.S. Radio Taxi Cicli Sannino. Mi ricordo che il modello che presi era l’entry level della gamma, contraddistinto dal colore rosso corsa che ha sempre caratterizzato la produzione della casa. Proprio in quell’anno, o forse quello successivo la ditta Sannino si trasferiva in Via Montemagno, nei pressi del Motovelodromo di Torino, nella sede di una prestigiosa casa produttrice di componentistica di Torino: la Galli. L’impianto sportivo così vicino, allora funzionante per il settore pista, segnava non poco la storia di quest’azienda. Nel frattempo la Cicli Sannino forniva biciclette alle nazionali dei paesi dell’est europeo dei settori giovanili, facendosi conoscere a livello internazionale ed esportando il prodotto italiano anche negli USA. L’innovazione tecnologica, l’ambizione dei soci dell’azienda, portavano il miglioramento dei prodotti, che da artigianali e grossolani, come dell’inizio della produzione, raggiungevano la perfezione. L’officina aveva una zona espositiva, con i modelli di punta, poi una zona montaggio accessibile al pubblico passando da ripidi gradini, il sabato pomeriggio diventava zona di ritrovo per cicloamatori e ragazzi. La zona più interessante, a mio modo di vedere, era il retro, ovvero l’officina vera e propria, con le maschere dei telai, le mole, le chiavi, i cannelli, la macchina per sabbiare i telai e tanti, tanti telai appesi al soffitto. Quello era il regno di Mauro Sannino. Era spesso troppo preso sul lavoro per andare nella zona di montaggio e spesso di conversazione (in maniera a volte fastidiosa per chi stava lavorando, anche se oggi, direi in fondo zona di marketing), ma quando c’era da prendere le misure per un nuovo telaio per un corridore, c’era lui. Ricordo di aver visto nascere un telaio proprio nella sua officina, e da ragazzino quasi non riuscivo a credere che dei tubi, scaldati a cannello e collegati con delle pipe di giunzione a brasatura, sporchi di scorie riuscissero a diventare così belli, lucidi e resistenti. Ho la sua immagine impressa con gli occhialini e il cannello in mano. Quelli sono stati gli anni d’oro della Sannino, ma oggi direi, con un pizzico di nostalgia, non solo della Sannino, ma della nostra generazione e dell’Italia. Vorrei ricordare alcuni nomi di corridori legati al marchio Sannino di quegli anni, che hanno contribuito a farlo conoscere ed apprezzare: Santysiak, che proveniva dalla nazionale della Polonia, Stefano Baudino, asso del km. da fermo ed olimpico a Los Angeles. Per la Sannino, conseguentemente al calo di interesse per i telai d’acciaio saldati a mano, aggravato inoltre da un grave lutto famigliare, iniziò un periodo di crisi che nemmeno la realizzazione di telai di altissima gamma riuscì ad arrestare. Importare telai d’alluminio prodotto da altre case e nel contempo continuare con la realizzazione di prodotti di fascia alta, diventava così l’unico modo di sopravvivere in un mercato sempre più in competizione. Ma le capacità alla fine premiano, così una nota casa tedesca di biciclette, riconosce il valore di un abile artigiano e lo assolda per curare una linea di prodotti al top. Così la biciclette Sannino, ormai fatte in materiali compositi, vengono cavalcate da professionisti al giro d’Italia. Un unico rammarico: altro pezzo dell’Italia, della cultura tecnica che per poter lavorare bene si debba trasferire all’estero. Mi auguro di poter rivedere il marchio Sannino, su una bici interamente progettata e prodotta a Torino, chissà… per il momento mi curo e contemplo quella che al tempo ho acquistato da lui.
per informazioni su Sannino & C. mandare una e-mail a: info@bicibikers.com
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08/09/2010 @ 2.29.36
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